Stereotipi sull’Africa e sugli africani: come andare oltre...

La conoscenza, la gestione delle motivazioni e delle attitudini, la prevenzione dei potenziali dilemmi e conflitti sono componenti essenziali della preparazione del personale di qualsiasi organizzazione che si occupi, in Italia e altrove, di cooperazione o iniziative di solidarietà; non basta la buona volontà o uno spirito empatico, è necessario saper “leggere” i pregiudizi e/o gli stereotipi di cui ognuno di noi è portatore e vittima. Alcuni grandi stereotipi sull’Africa, soprattutto quella subsahariana, che possono velare, non solo i pensieri, ma anche le azioni. In particolare, tra i tanti, 10:

1) che l’Africa sia un tutto unico;
2) che sia senza una stratificazione sociale in classi;
3) che sia caratterizzata dal legame con tradizioni ancestrali, con la dimensione del villaggio;
4) che sia una realtà al di fuori del tempo, senza sostanziali cambiamenti;
5) che abbia pochi contatti con la modernità;
6) che non possegga una sua vita intellettuale, culturale, scientifica, politica e sindacale;
7) che gli africani siano persone semplici e istintive;
8) che necessiti solo di tecnologie “semplici”;
9) che gli africani abbiano una intensa e libera vita sessuale;
10) che siano facilmente corruttibili.

Riflettere su come tali stereotipi possano incidere nel comportamento e nelle relazioni, ad esempio: occultamento delle “buone notizie” sull’Africa; delegittimazione tout-court delle leadership africane; interventi di cooperazione non pertinenti; orientamenti neo-colonialisti nei rapporti con le popolazioni; atteggiamenti buonisti da parte degli europei che si offrono come volontari; non-accoglienza degli immigrati da parte della popolazione italiana.

Possibili azioni da intraprendere: attività di educazione e sensibilizzazione nelle scuole; una più accurata e mirata formazione degli operatori della cooperazione; programmi per favorire la conoscenza diretta di persone e gruppi umani nei rispettivi territori; promuovere la ricerca scientifica sulle rappresentazioni sociali dell’Africa; riformare i sistemi di raccolta fondi, spesso basati sul richiamo sensazionalistico ai problemi dell’Africa e su uno scarso rispetto della privacy e della dignità delle persone ritratte. E, in generale: mai generalizzare le proprie esperienze fatte in un posto specifico; non fermarsi alle apparenze e approfondire sempre le informazioni; non fidarsi sempre ciecamente dei racconti di chi “è stato giù” (anche le persone di buon cuore sono spesso portatrici sane di stereotipi); diffidare di chi parla sempre e solo dei problemi e mai di quali sono gli attori locali che fanno già qualcosa per risolverli.

Daniela Lorenzetti