Una mattina di settembre, come tutte le mattine da circa due anni, una settantina di bambini e ragazzi, da 1 a 16 anni, alle 7 sono già pronti per il breakfast.

Escono dai dormitori, attraversano un grande cortile con in mezzo un alto albero di avocado e si avviano verso il refettorio. È il chiacchiericcio dei bambini che ci sveglia e ci ricorda che siamo in Africa. A Nchiru, in Kenya, nel villaggio “I bimbi del meriggio” la giornata comincia così. I più grandi in età scolare si avviano verso la scuola all’esterno, attraversando un bosco a piedi. I più piccoli aspettano l’arrivo della maestra d’asilo. E, infatti, dopo un po’ si odono le cantilene in inglese dei mesi, dei giorni della settimana, dei numeri, ecc. I 6 piccolissimi stanno ancora in culla, ogni tanto si sente piangere. Più tardi si riversano tutti nel cortile a giocare.

Qualcuno, però, comincia la giornata con malessere, febbre, tosse, disturbi intestinali  e allora l’infermiera Katherine mi chiama. Ecco, io sono venuto qui per questo. Se qualcuno durante la festa dei Pugnaloni del Maggio scorso ha visitato la mostra fotografica in Via Roma ha visto fotografati questi ragazzi. Essi sono tutti sieropositivi dalla nascita, per un dono non voluto né gradito ricevuto dalla madre ignara (?), che magari dopo il parto ci ha lasciato la vita. In maggioranza, infatti, i ragazzi sono orfani, essendo il padre dissolto o incapace di accudirli. Alcuni sono qui a causa di una situazione disastrosa familiare. In questa condizione di precarietà è facile che si sovrappongano infezioni varie, dalla malaria, qui endemica, alle polmoniti o alle infestazioni intestinali. Ho lasciato l’ospedale e il lavoro dipendente in anticipo per fare questa esperienza di volontariato in Africa.

Questo villaggio è stato creato circa due anni fa dall’Associazione di Roma AINA – Onlus (chi vuole può dare uno sguardo sul sito internet), è composto da 5 edifici, dormitori, cucina-refettorio, lavanderia, locali per i volontari, con un po’ di terra coltivabili e alcuni animali. Sta per essere ultimato un nuovo edificio, che in parte sarà adibito ad ambulatorio. Non c’è ancora la corrente elettrica, ma si spera di ottenerla entro l’anno; intanto, si va avanti con un generatore in funzione solo per alcune ore o secondo necessità. L’acqua, non potabile, proviene da una sorgente situata nella vicina foresta (a volte  gli elefanti la fanno diventare nera …).

Ad accudire i ragazzi e per i vari servizi ci sono 26 persone, tra manager, donne e uomini del luogo. Ad essi mi unirò io e, periodicamente, i volontari, tra cui sicuramente ci sarà qualcuno dei lettori.