Mentre il sole cominciava a tramontare creando un surreale alone arancione nel cielo, il nostro matatu si fermò davanti al villaggio AINA a N’Chiru.

“Saaaaaammmmuuuueeeeelll” gridò Vicky, il capo dell’organizzazione. Lentamente, i grandi cancelli in ferro battuto cominciarono a scricchiolare e ad aprirsi mentre un alto, fiero, guerriero Masai li trascinava sul terreno arido.

Aperti i cancelli, sembrava di essere davanti allo svelamento di un artefatto antico, in un museo, quando i presenti – pieni di euforica attesa – guardano con sorpresa cio’ prima era solo nella loro immaginazione, un oggetto concreto. A differenza di un museo, però, qui gli spettatori stanno per entrare in un nuovo mondo, che, per ora, è la loro nuova casa.

Anche dopo tre mesi trascorsi nel villaggio, il panorama non avrebbe mai cessato di stupirmi: un verde fertile a coprire le colline, qualche piccola costruzione sparsa quà e là. Gli edifici non portano inquinamento visivo, sembrano invece far parte di quei luoghi, naturalmente parte del terreno come le piante: se una di quelle costruzioni dovesse mai cadere, un’altra ne crescerebbe subito al suo posto.
Il villaggio è come un miracolo, un rubino nella nebbia: esiste, funzionando a perfezione, in un’area che manca di cose che in occidente riterremmo indispensabili.

Quello che ho vissuto in Kenya mi ha costretto a rivalutare tutto ciò che sapevo, non però nel classico senso del “devo-salvare-l’africa-a tutti i costi- perché-sono-BIANCO”. Piuttosto, mi ha insegnato che a volte gettiamo un’ombra su questo paese già difficile, un’ombra fatta di disinformazione, perché a N’chiru la gente era povera, e la maggior parte era cosi’ povera che di più non si puo’, tuttavia era felice, e per i bambini dell’AINA – non ostante la maledizione della malattia – solo il fatto di essere presi in braccio, o di ricevere un po’ di attenzione li rendeva più felici di quanto io sia mai stato quando ho finito il liceo, o quando sono stato accettato dall’università, in Scozia.

Nei primi giorni ho lavorato nella shamba, la fattoria, aiutando a trasportare il raccolto e a spostare i materiali per  riparare, ricostruire e ampliare, anche se spesso non proprio in questo ordine. Tuttavia, con il passare del tempo, le mia priorità sono cambiate e ho iniziato a lavorare con i bambini e con le persone esterne al villaggio. E’ qui che è avvenuto in me uno dei più grandi cambiamenti. Prima di questa esperienza, avevo sempre pensato che non mi piacevano i bambini e mi pareva improbabile che ne potessi voler tenere uno in braccio: di sicuro non avevo mai pensato di cambiarne uno o, addirittura, di imboccarlo.
Eppure, quando i bambini hanno cominciato a corrermi incontro a braccia aperte e con quei tremendi sorrisi furbetti e spiritosi, sono stato costretto a rivedere la mia posizione. Dal momento in cui ho capito l’adorazione che avevo per quei bambini, ho cercato tutte le occasioni possibili per stare con loro, che si trattasse di insegnare loro l’inglese, o portarli all’ospedale, o raccogliere le loro lettere ai loro sponsor.

E ‘difficile giudicare quale parte dell’ esperienza di un volontario è davvero degna di essere raccontata. Certo, sono stato inseguito da un elefante quando ero li’, e questa è sicuramente stata “un’esperienza interessante”, ma, alla fine, non è questo che mi ha cambiato o che ha cambiato la mia visione del mondo. Di sicuro mi ha aiutato ad  amare l’Africa di più, per la sua natura grezza e primordiale, e la sua capacità di suscitare emozioni che abbiamo a lungo dimenticato.
L’esperienza non si è limitata a ciò che l’Africa aveva da offrire, ma ha anche incluso il meglio dell’Italia, i miei compagni volontari, le persone che erano lì per me e con me quando tutto sembrava essere troppo. Le persone che erano entusiaste come me davanti a nuove strane usanze. Le persone che capivano perché prendevo in braccio Manuel (il “criminale del villaggio”) solo perchè mi lanciava uno dei suoi sguardi da mascalzone.
Mi mancheranno sempre tante cose:  essere trattato come una scala o come una struttura sulla quale arrampicarsi, le notti trascorse ascoltando i racconti masai, la birra Tusker gelata dopo una giornata intera sotto il sole, essere invitato nelle case delle persone solo perché eravamo diversi. Mi mancheranno sempre i bambini e tutte le persone del villaggio.  Ma quando è stato il momento di dover tornare a casa, era il momento di tornare a casa e anche se è stato difficile andar via, il solo sapere che sarei tornato era l’unica motivazione che mi serviva.