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Marida, Novembre 2013

 

da dove comincio ? e cosa dire . . . ricordo quello che mi ha detto lorenza la prima volta che è andata al villaggio: si respira amore . . .

non parto dai bimbi, forse mi ci voglio avvicinare lentamente. Mi viene in mente kennet, detto anche kennedy, il falegname, il volto neronero, lo sguardo dolce, comprensivo, paziente che ha fatto i lavori in legno del villaggio nel suo laboratorio, un piano di lavoro, sotto un albero dove taglia, pialla, inchioda  . . . Gli sguardi di alcune hause-mother, gli occhi ridenti della cuoca. Il suono della campanella a mano che indica i pasti, lo sciamare dei bimbi di corsa, urlanti.

Parlare dei bimbi del villaggio è apparentemente facile: i piccoli che si aggrappano alle gambe alle braccia al collo con sorrisi che sequestrano il pensiero in attimi senza tempo.

Cosa hanno da sorridere, viene da domandarsi. Quando corrono per andare alla mensa, oppure nei momenti di gioco, quando si rincorrono con il pallone, appaiono dei normali bambini. “Sopportano bene gli effetti collaterali dei farmaci” mi dice Nicola, il medico, volontario. Non ci avevo pensato che quelle cure sono pesanti per i piccoli organismi. E mi rendo conto di quanto è importante che quei piccoli esseri già così provati anche dalle cure mediche, non dover sopportare quel di più di dolore e di fatica di una otite, una congiuntivite, del mal di denti.

Domando alla tirocinante counselor che è stata per molto tempo una hausemother, se i bimbi, sopratutto i piccoli, di notte si svegliano e piangono, per esempio per un brutto sogno. Mi risponde che capita di rado. Poi leggo un tema di una bambina sulla sua migliore amica, scrive che quando di notte la sua amica si è sentita male, lei l’ha aiutata e che lo stesso è poi successo quando a sua volte ha avuto bisogno. Osservo che anche tra i piccoli, se nel gioco qualcuno fa male a qualcun’altro c’è spesso un terzo che arriva e consola. Oppure che se uno ha difficoltà l’altro lo fa aiutare, come un piccolo che non ha ricevuto la caramella viene accompagnato da un altro che dice: lui non ce l’ha.

I bimbi sono curati stanno bene ma succede anche che muoiano. Lo scorso anno, mi viene raccontato che sono morti tre bambini, due piccoli, il terzo di circa 17 anni; i primi due stavano male il terzo si è ammalato ed è morto in una settimana. Quando è stata data la notizia hanno pianto molto. Bambini che sanno della morte lo sanno non come concetto, narrazione, spiegazione ma come esperienza. Un operatore racconta di quando un bambino litigando con un altro e gli ha detto: . .  e non venire al mio funerale, non ti voglio. Oppure di un altro: non voglio andare lassù dalla mamma . . . è lei che mi ha passato questa malattia.

Morte di uno o due genitori,  in genere della madre, allontanamento dalla propria abitazione, temporanea accudimento di altre figure parentali per le quali la sieropositività è un peso (i dispensari delle medicine possono essere lontani, le cure impegnative da sostenere) il bambino diventa un peso e quindi l’allontanamento. Come Peter che ha due fratelli ma quando muore la madre e si scopre che lui è sieropositivo viene portato all’aina, 7 anni, separato di tutto un “prima”.

Esperienze della morte della separazione della perdita dell’assenza, sembra impossibile poter integrare tutto questo così precocemente e radicalmente.

E mi domando: quali sono le speranze, i desideri, i sogni, come è immaginato il futuro. E la rabbia, il senso di ingiustizia (il: perchè a me ) che noi conosciamo così bene, l’invidia (perchè lui sì) il rancore dove sono ?

Marida

Dario

 

 

E’ stata la mia prima esperienza di volontariato.
Nonostante la mia giovane età non è stato difficile distinguere le caratteristiche  di una realtà così diversa dalla mia (caratteristiche non necessariamente negative,  nonostante i vari problemi sanitari e, spesso, sociali).
Personalmente, ho ritenuto opportuno e doveroso immergere me stesso nelle usanze e nei costumi del luogo, pur se per breve periodo; conseguenza di ciò è stato il duro lavoro in fattoria  e nei campi a partire dalle ore 08.00  fino alle 18.00 tutti i giorni.
Risalta subito il faticoso lavoro del posto,la predisposizione al sacrificio, presente dunque in particolar modo nell’AINA, in cui, paradossalmente,  in particolar modo in fattoria, sembrava fossero assenti smorfie di fatica.
Oltre alla straordinaria cura della terra  e  del bestiame, non potevano mancare tanti sorrisi , sorrisi sinceri, gesti innocenti e autentici  abbracci, sono anche e soprattutto quelli a lasciare il segno, accompagnati dalla consapevolezza che tutti quei bambini sono coscienti della loro situazione e spesso della loro paradossale fortuna rispetto a molti altri nella stessa condizione ma meno tutelati.
Sono adorabili è cosa certa.
L’esperienza  ha soddisfatto  sicuramente le mie aspettative, anzi , penso che l’esperienza abbia addirittura ”sconvolto”  positivamente le  stesse,  soprattutto, rispetto il rapporto amichevole instaurato con i bambini e con il personale.

Dario, volontario AINA, Luglio 2013

 

Sara Coppin (Agosto 2012)

 

 

Era da tanto tempo che sognavo di andare in Africa, ma non avevo mai avuto avuto il coraggio di partire  o, più probabilmente, non ero ancora pronta per farlo. Prima di partire mi erano state date istruzioni precise riguardo ai miei compiti nel villaggio e avevo delle aspettative che sono state tutte sconvolte nel momento in cui sono arrivata, i bambini ti corrono incontro tutti insieme, dimentichi tutto quello che ti avevano detto di fare e cominci davvero a vivere per loro, per fare il possibile perché la tua presenza li non rimanga solo di passaggio. Il sorriso di quei bambini ti prende il cuore e, senza che tu te ne renda conto, ti sconvolge la vita, cambia l ordine della tue priorità, ti fa capire quali sono le cose davvero importanti. Nel mese che ho vissuto in Africa, ho avuto la fortuna di vedere paesaggi sconfinati, conoscere tantissime persone, vedere la miseria più infinita ma anche la gioia più vera, quella nascosta nelle piccole cose, quella che noi, tante volte, dimentichiamo che esiste. Mentre sei in Africa, ti sembra di vivere in un altro mondo, un mondo fatto di alberi di mango giganti, di terra rossa, di strade senza asfalto, di giorni interi senza luce e acqua, ma, che nonostante tutta la fatica che ti fa fare, ti da una felicità che solo i viaggi in posti lontani ti fanno provare. Ho avuto la fortuna di condividere questa esperienza con altri volontari italiani, che mi hanno supportato, e sopportato, anche nei momenti più duri, quelli della sera quando i bambini vanno a dormire e non ci sono più le loro voci e i loro sorrisi a distrarti, ti ricordi improvvisamente di dove sei, la vita infelice che hanno e l’enorme privilegio che hai, quello di essere nato nella parte fortunata del mondo e non si può rimanere indifferenti davanti a tutto questo.

 

Daniela Lorenzetti

 

 

Stereotipi sull’Africa e sugli africani: come andare oltre 

La conoscenza, la gestione delle motivazioni e delle attitudini, la prevenzione dei potenziali dilemmi e conflitti sono componenti essenziali della preparazione del personale di qualsiasi organizzazione che si occupi, in Italia e altrove, di cooperazione o iniziative di solidarietà; non basta la buona volontà o uno spirito empatico, è necessario saper “leggere” i pregiudizi e/o gli stereotipi di cui ognuno di noi è portatore e vittima. Alcuni grandi stereotipi sull’Africa, soprattutto quella subsahariana, che possono velare, non solo i pensieri, ma anche le azioni. In particolare, tra i tanti, 10:

1) che l’Africa sia un tutto unico;
2) che sia senza una stratificazione sociale in classi;
3) che sia caratterizzata dal legame con tradizioni ancestrali, con la dimensione del villaggio;
4) che sia una realtà al di fuori del tempo, senza sostanziali cambiamenti;
5) che abbia pochi contatti con la modernità;
6) che non possegga una sua vita intellettuale, culturale, scientifica, politica e sindacale;
7) che gli africani siano persone semplici e istintive;
8) che necessiti solo di tecnologie “semplici”;
9) che gli africani abbiano una intensa e libera vita sessuale;
10) che siano facilmente corruttibili.

Riflettere su come tali stereotipi possano incidere nel comportamento e nelle relazioni, ad esempio: occultamento delle “buone notizie” sull’Africa; delegittimazione tout-court delle leadership africane; interventi di cooperazione non pertinenti; orientamenti neo-colonialisti nei rapporti con le popolazioni; atteggiamenti buonisti da parte degli europei che si offrono come volontari; non-accoglienza degli immigrati da parte della popolazione italiana.

Possibili azioni da intraprendere: attività di educazione e sensibilizzazione nelle scuole; una più accurata e mirata formazione degli operatori della cooperazione; programmi per favorire la conoscenza diretta di persone e gruppi umani nei rispettivi territori; promuovere la ricerca scientifica sulle rappresentazioni sociali dell’Africa; riformare i sistemi di raccolta fondi, spesso basati sul richiamo sensazionalistico ai problemi dell’Africa e su uno scarso rispetto della privacy e della dignità delle persone ritratte. E, in generale: mai generalizzare le proprie esperienze fatte in un posto specifico; non fermarsi alle apparenze e approfondire sempre le informazioni; non fidarsi sempre ciecamente dei racconti di chi “è stato giù” (anche le persone di buon cuore sono spesso portatrici sane di stereotipi); diffidare di chi parla sempre e solo dei problemi e mai di quali sono gli attori locali che fanno già qualcosa per risolverli.

Daniela Lorenzetti

 

Alessia (Dicembre 2012)

 

 

La prima volta che entrai nel villaggio Bimbi del Meriggio era mezzogiorno. Ricordo che la prima cosa che vidi furono le housemothers che nutrivano i bimbi piccoli seduti nel giardino a fianco alla nursery, mentre la mensa si riempiva di ragazzine dai buffi cappellini verdi che tornavano da scuola. Ancora non immaginavo quanto tutto questo sarebbe entrato nella mia quotidianità nei cinquanta giorni successivi! Divenni una sorella maggiore, come ripeteva la piccola Yvonne. Ora, a distanza di più di due mesi dal mio rientro in Italia, ancora mi sveglio pronta a dover schiacciare le banane e il mango per la colazione di Flista, a dover cercare, ancora una volta, di convincere Betty a mangiare seduta al suo posto “Kalande, Betty, kalande!”. Mi mancano i canti dei bambini dell’asilo che mi svegliavano alle otto, e il piacevole caos che provocavano i più piccini confinati in una stanza per non disturbare la maestra e i suoi piccoli alunni. Qui, a casa mia, non ci sono Shaliine e Fridah che mi vengono a dare i pizzicotti affinchè io le rincorra, e quando entro nella mia cucina non ci sono i più simpatici cuochi che io abbia mai conosciuto, Isaac, Teresa e Kawera che mi insegnano a cucinare i chapati a ritmo di musica. Ci sono stati anche momenti molto brutti: la perdita di Agnes e di Munene, così ansioso di crescere e di conoscere. Ogni giorno mi chiedeva dell’Italia intrattenendomi in interminabili discorsi che io affrontavo con imbarazzo a causa del suo inglese eccellente. Non lo dimenticherò mai.
Consiglio a tutti, di ogni età, di passare del tempo con i bambini del villaggio e con tutte le splendide persone che lavorano all’interno della struttura, a me piace pensare che mi abbiano aiutato a crescere.
Alessia, volontaria nel mese di Novembre e Dicembre

 

Mirella (Agosto 2012)

 

Nchiru è fatto di un verde che non avevo mai visto prima, di terra rossa, di un sole che brucia e di un buio che è buio davvero. Tutti questi colori me li porto dentro ogni giorno da quando sono tornata, così come porto con me i sorrisi dei bimbi, le loro mani, i loro occhi. È molto strano pensare a quanto possa essere distante per gli altri un posto che per te è così vicino. Un posto a cui pensi tutti i giorni. Un posto in cui c’è chi impara a camminare, chi al pomeriggio fa i compiti e chi i compiti non li farebbe mai; in cui si aspetta la domenica per poter mettere il vestito più bello, in cui in pennarelli nuovi sono un regalo speciale, in cui ti accorgi che sono tantissime le cose che devi ancora imparare, capire. Nchiru per me ha significato tutto questo e lo significa ancora. Ripensando al mio periodo di volontariato, che spero di poter ripetere tra pochi mesi, capisco che è stata un’esperienza resa meravigliosa da piccole cose…I “viaggi” al villaggio con i più grandi al pomeriggio, la shamba con i più piccoli, “pen and paper”, i disegni con le loro firme, ora sulle pareti di camera mia. Sono molte le cose che vorrei raccontare ma metterle su un foglio è complicato. Credo però che non servano molte parole. Forse basta pensare che in questo momento in un villaggio un po’ sperduto a Nord di Nairobi ci sono bimbi che ridono, housemother che si prendono cura di loro, uomini che lavorano nella shamba e una bella storia che, tutti i giorni, va avanti.

 

Nicola (Settembre 2011)

 

 

Una mattina di settembre, come tutte le mattine da circa due anni, una settantina di bambini e ragazzi, da 1 a 16 anni, alle 7 sono già pronti per il breakfast. Escono dai dormitori, attraversano un grande cortile con in mezzo un alto albero di avocado e si avviano verso il refettorio. È il chiacchiericcio dei bambini che ci sveglia e ci ricorda che siamo in Africa. A Nchiru, in Kenya, nel villaggio “I bimbi del meriggio” la giornata comincia così. I più grandi in età scolare si avviano verso la scuola all’esterno, attraversando un bosco a piedi. I più piccoli aspettano l’arrivo della maestra d’asilo. E, infatti, dopo un po’ si odono le cantilene in inglese dei mesi, dei giorni della settimana, dei numeri, ecc. I 6 piccolissimi stanno ancora in culla, ogni tanto si sente piangere. Più tardi si riversano tutti nel cortile a giocare.

Qualcuno, però, comincia la giornata con malessere, febbre, tosse, disturbi intestinali  e allora l’infermiera Katherine mi chiama. Ecco, io sono venuto qui per questo. Se qualcuno durante la festa dei Pugnaloni del Maggio scorso ha visitato la mostra fotografica in Via Roma ha visto fotografati questi ragazzi. Essi sono tutti sieropositivi dalla nascita, per un dono non voluto né gradito ricevuto dalla madre ignara (?), che magari dopo il parto ci ha lasciato la vita. In maggioranza, infatti, i ragazzi sono orfani, essendo il padre dissolto o incapace di accudirli. Alcuni sono qui a causa di una situazione disastrosa familiare. In questa condizione di precarietà è facile che si sovrappongano infezioni varie, dalla malaria, qui endemica, alle polmoniti o alle infestazioni intestinali. Ho lasciato l’ospedale e il lavoro dipendente in anticipo per fare questa esperienza di volontariato in Africa.
Questo villaggio è stato creato circa due anni fa dall’Associazione di Roma AINA – Onlus (chi vuole può dare uno sguardo sul sito internet), è composto da 5 edifici, dormitori, cucina-refettorio, lavanderia, locali per i volontari, con un po’ di terra coltivabili e alcuni animali. Sta per essere ultimato un nuovo edificio, che in parte sarà adibito ad ambulatorio. Non c’è ancora la corrente elettrica, ma si spera di ottenerla entro l’anno; intanto, si va avanti con un generatore in funzione solo per alcune ore o secondo necessità. L’acqua, non potabile, proviene da una sorgente situata nella vicina foresta (a volte  gli elefanti la fanno diventare nera …). Ad accudire i ragazzi e per i vari servizi ci sono 26 persone, tra manager, donne e uomini del luogo. Ad essi mi unirò io e, periodicamente, i volontari, tra cui sicuramente ci sarà qualcuno dei lettori.

 

Silvia (agosto 2011)

 
Ad un certo punto senti di dover dimostrare qualcosa a te stesso e tutto funziona incredibilmente perché questo avvenga. E così mi sono trovata in Kenya.
Un mondo raccontato e visto solo dai giornali e sulle televisioni si distende davanti ai tuoi occhi; una realtà che per un mese è diventata la MIA realtà. Perché al di fuori di quel meraviglioso villaggio dove i Bambini del Meriggio giocano felici e dove puoi osservare i loro occhi sorridere nonostante tutto; al di fuori di vite spezzate e riattaccate; al di fuori di quella spensieratezza che è stata loro nuovamente concessa, c’è un popolo che deve affrontare problemi più grandi di lui. E non sono situazioni descrivibili, bisogna viverle, anche per un breve periodo, per apprezzare il tuo pezzo di mondo.
La mia esperienza principalmente si è svolta all’interno del villaggio dove ho concretizzato il progetto di dipingere la parete del refettorio e a seguire altri lavori. La soddisfazione più grande era nel vedere la gioia e la curiosità dei bambini, dai più piccoli ai più grandi, crescere insieme al disegno e sapere di aver lasciato veramente un pezzo di me lì, in Africa. E forse un ricordo a quei bambini.
Bambini che hanno fatto anche loro molto per me; mi hanno insegnato che niente può e deve toglierti il sorriso e che è sempre tempo di ricominciare e mi hanno preso per mano e trasportato nel loro mondo fantastico quando le mie emozioni erano fragili.
Una parte del mio cuore e dei miei pensieri ora è lì, a rotolarsi nella terra rossa e a godere del calore di quel sole e di quei sorrisi, che spero di rivedere al più presto.

 

Stefano (luglio 2011)

 

 

Sono arrivato in A.I.N.A. dopo aver dormito una notte  dalle Sisters of Charity a Nairobi. Subito, appena arrivato al villaggio ho sentito qualcosa di forte dentro di me.  Al villaggio sono stato accolto da  Marek, il responsabile del villaggio che mi ha inserito immediatamente nel gruppo…
La sera ho cenato con i bambini, ed anche se ero ancora un po’ frastornato dal viaggio, già mi sentivo parte integrante della famiglia.
Il giorno seguente ho iniziato il mio piccolo progetto, che consisteva nel costruire le zanzariere per tutti gli alloggi del villaggio.

A parte qualche vestito, le mie  valigie erano piene di attrezzi ed utensili per portare a termine il mio lavoro il prima possibile visto che il mio soggiorno durava solo 3 settimane…
Subito ho avuto l’aiuto prezioso di Festhas, il driver del villaggio, che giorno dopo giorno diventava sempre più bravo nell’aiutarmi.
Abbiamo iniziato subito a fare le zanzariere nella  nursery dove dormivano i più piccoli e dove gli stessi bimbi facevano scuola con la maestra che tutti i giorni veniva al villaggio a piedi…

Sia al  mattino che al pomeriggio ero sempre in mezzo ai bambini che erano tutti li a giocare, a stendere i panni lavati dalle house mothers, ed il venerdi a lucidare le scarpe per la messa della domenica.
Ho impresso negli occhi come i bimbi si mettevano in fila davanti a me aspettando che gli gonfiassi uno ad uno i palloncini che gli avevo comprato, o quando con dei ritagli di legno per le zanzariere ed il fondo di una bottiglia di plastica,gli costruivo delle specie di ruote che spingevano per il cortile. Qui in Italia non ho mai visto nessun bambino  giocare  con cosi tanta gioia come fanno loro; con quelle poche cose che hanno come  terra, sassi, foglie e piccoli pezzi di legno… Finita la mia lunga giornata di lavoro misto a gioco, cenavo con i bambini, e poi con i più grandi dopo la doccia, essendo io un’amante dei balli latino americani, insegnavo loro la salsa Cubana. Non posso descrivere a parole quanto erano brave ( le grandi sono tutte bambine) a ballare… Ancete che muoveva il bacino meglio di una ballerina professionista, Florinda Makena che pestava sempre i piedi alle sue compagne di ballo, Yvonne che chiudeva gli occhi e si lasciava trasportare dalla musica ed infine Teresina (una della house mother) e Chatrine (l’infermiera) che si inserivano nel gruppo ballando con tutti noi.
Magari sbaglio, ma quando ballavamo assieme, avevo l’impressione che per quell’ora tutti i problemi che accompagnavano la loro vita sparissero grazie alla musica che hanno nel sangue ed a quel fantastico sorriso che non abbandona mai il loro volto.
Nei giorni successivi, tra una zanzariera e l’altra mi e’ capitato di fare altri lavoretti come sistemare gli sciacquoni dei bagni ed inventarmi una soluzione per togliere la sabbia dalla lavatrice tramite un filtro che permettesse di pulire l’acqua…Ho avuto il piacere di assistere alla realizzazione di due vasche per la cultura del pesce da dare ai bimbi in alternativa al solito riso carote e cereali. Stevy (il capo della shamba) si occupava di dirigere i  lavori sia delle vasche, degli animali della shamba e della coltivazione degli ortaggi. Marek oltre a controllare l’operato di tutti i lavoratori si preoccupava (come un padre) che tutti i bambini stessero bene e quando non era cosi accompagnava in ospedale quello che necessitavano di visite o di cure… un giorno e’ partito con Valentine (una bambina che aveva preso la malaria) e l’ho visto ritornare solo a notte fonda senza aver pranzato e cenato… i bambini lo consideravano come il loro papà!!!  insomma, tutto quello che qui può essere scontato, la’ vale oro!! Ogni nostra piccola conoscenza la’ e’ utilissima e per questo sono convinto che tutti possano fare un’esperienza del genere sentendosi molto più utili di quello che pensano.
Forse proprio perché  ho avuto la fortuna di essere l’unico volontario per le prime 2 settimane, ed ovviamente l’attenzione del villaggio era solo per me, ho potuto toccare con mano tante piccole realta’ quotidiane che accadono li.
Mister smile, questo e’ i soprannome che ho dato a Clinton,un maschietto di 2 anni  e mezzo che la mamma ha dato alla luce dando la vita per lui e che da un po’ di mesi  vive nel  villaggio. Forse proprio per essere nato già solo, Dio gli ha dato il dono del sorriso che lui accende appena sveglio il mattino e spegne solo la sera prima di addormentarsi…
Betty invece che non và molto d’accordo con Clinton, cerca sempre di copiare le bambine più grandi manifestando al mondo la voglia di crescere in fretta!!! Glory che non ride molto, ma sa  benissimo quello che vuole…
Potrei scrivere decine di pagine raccontando aneddoti su tutte le persone che ho conosciuto nel  villaggio, ma la cosa più bella secondo me, è avere la possibilità di poter  fare un’esperienza del genere, che sicuramente lascia molto di più a noi di quello che si pensa di lasciare a loro.

Posso dire con certezza che dopo molti viaggi di vacanza  alle spalle, questo è sicuramente il migliore che ho fatto e ringrazio l’A.I.N.A  per la possiblita’ che da’ a tutti i volontari di potersi rendere utili agli altri ma soprattutto per l’esperienza che ognuno di noi porta a casa al ritorno.

Nicholas (2011)

 

 

Mentre il sole cominciava a tramontare creando un surreale alone arancione nel cielo, il nostro matatu si fermò davanti al villaggio AINA a N’Chiru.
“Saaaaaammmmuuuueeeeelll” gridò Vicky, il capo dell’organizzazione. Lentamente, i grandi cancelli in ferro battuto cominciarono a scricchiolare e ad aprirsi mentre un alto, fiero, guerriero Masai li trascinava sul terreno arido. Aperti i cancelli, sembrava di essere davanti allo svelamento di un artefatto antico, in un museo, quando i presenti – pieni di euforica attesa – guardano con sorpresa cio’ prima era solo nella loro immaginazione, un oggetto concreto. A differenza di un museo, però, qui gli spettatori stanno per entrare in un nuovo mondo, che, per ora, è la loro nuova casa.

 

Anche dopo tre mesi trascorsi nel villaggio, il panorama non avrebbe mai cessato di stupirmi: un verde fertile a coprire le colline, qualche piccola costruzione sparsa quà e là. Gli edifici non portano inquinamento visivo, sembrano invece far parte di quei luoghi, naturalmente parte del terreno come le piante: se una di quelle costruzioni dovesse mai cadere, un’altra ne crescerebbe subito al suo posto.
Il villaggio è come un miracolo, un rubino nella nebbia: esiste, funzionando a perfezione, in un’area che manca di cose che in occidente riterremmo indispensabili.

Quello che ho vissuto in Kenya mi ha costretto a rivalutare tutto ciò che sapevo, non però nel classico senso del “devo-salvare-l’africa-a tutti i costi- perché-sono-BIANCO”. Piuttosto, mi ha insegnato che a volte gettiamo un’ombra su questo paese già difficile, un’ombra fatta di disinformazione, perché a N’chiru la gente era povera, e la maggior parte era cosi’ povera che di più non si puo’, tuttavia era felice, e per i bambini dell’AINA – non ostante la maledizione della malattia – solo il fatto di essere presi in braccio, o di ricevere un po’ di attenzione li rendeva più felici di quanto io sia mai stato quando ho finito il liceo, o quando sono stato accettato dall’università, in Scozia.

Nei primi giorni ho lavorato nella shamba, la fattoria, aiutando a trasportare il raccolto e a spostare i materiali per  riparare, ricostruire e ampliare, anche se spesso non proprio in questo ordine. Tuttavia, con il passare del tempo, le mia priorità sono cambiate e ho iniziato a lavorare con i bambini e con le persone esterne al villaggio. E’ qui che è avvenuto in me uno dei più grandi cambiamenti. Prima di questa esperienza, avevo sempre pensato che non mi piacevano i bambini e mi pareva improbabile che ne potessi voler tenere uno in braccio: di sicuro non avevo mai pensato di cambiarne uno o, addirittura, di imboccarlo.
Eppure, quando i bambini hanno cominciato a corrermi incontro a braccia aperte e con quei tremendi sorrisi furbetti e spiritosi, sono stato costretto a rivedere la mia posizione. Dal momento in cui ho capito l’adorazione che avevo per quei bambini, ho cercato tutte le occasioni possibili per stare con loro, che si trattasse di insegnare loro l’inglese, o portarli all’ospedale, o raccogliere le loro lettere ai loro sponsor.

E ‘difficile giudicare quale parte dell’ esperienza di un volontario è davvero degna di essere raccontata. Certo, sono stato inseguito da un elefante quando ero li’, e questa è sicuramente stata “un’esperienza interessante”, ma, alla fine, non è questo che mi ha cambiato o che ha cambiato la mia visione del mondo. Di sicuro mi ha aiutato ad  amare l’Africa di più, per la sua natura grezza e primordiale, e la sua capacità di suscitare emozioni che abbiamo a lungo dimenticato.
L’esperienza non si è limitata a ciò che l’Africa aveva da offrire, ma ha anche incluso il meglio dell’Italia, i miei compagni volontari, le persone che erano lì per me e con me quando tutto sembrava essere troppo. Le persone che erano entusiaste come me davanti a nuove strane usanze. Le persone che capivano perché prendevo in braccio Manuel (il “criminale del villaggio”) solo perchè mi lanciava uno dei suoi sguardi da mascalzone.
Mi mancheranno sempre tante cose:  essere trattato come una scala o come una struttura sulla quale arrampicarsi, le notti trascorse ascoltando i racconti masai, la birra Tusker gelata dopo una giornata intera sotto il sole, essere invitato nelle case delle persone solo perché eravamo diversi. Mi mancheranno sempre i bambini e tutte le persone del villaggio.  Ma quando è stato il momento di dover tornare a casa, era il momento di tornare a casa e anche se è stato difficile andar via, il solo sapere che sarei tornato era l’unica motivazione che mi serviva.

Giulio e Valentina (2011)

 

Vorremmo innanzitutto ringraziarVi veramente dal profondo del cuore per averci dato la possibilità di vivere questa indimenticabile esperienza .
Certamente il  breve periodo durante il quale abbiamo vissuto insieme ai “bimbi del meriggio” dividendoci tra emozioni e sudore, tra pensieri e parole, è assolutamente poco ma la magica ed a volte irreale atmosfera che si crea in quei momenti fa si che il tempo possa diventare meno importante e che prevalga finalmente solo il fatto di esserci, di essere lì … non solo fisicamente … anche solo per un minuto. Speriamo di poter rivivere ancora tutto ciò.

I giorni passati da graditi ospiti della Vs struttura sono velocemente trascorsi in un atmosfera fatta di allegra curiosità, di un misto tra serena spensieratezza e triste realtà , e poi di lavoro, momenti di riflessione, e l’immancabile italianissimo ritrovarsi intorno ad un tavolo per l’ora di pranzo e di cena,spesso di fronte ad un semplice ma gustoso piatto di pasta parlando di tutto quello che succedeva intorno a noi.
Il mondo molto ristretto della casa dei bambini del meriggio ci prendeva a tal punto che tutto il resto sembrava essersi volatilizzato : per qualche giorno  i ns pensieri le ns attenzioni erano concentrate quasi esclusivamente nei pochi mq. di superficie che ospitano la Vs struttura .
La shamba, un bambino che non mangia, una bambina da curare, l’acqua che non arriva, il gruppo elettrogeno che non parte ecco i ns pensieri durante la ns permanenza.
Per tutto questo qualcosa abbiamo fatto, qualche piccolo problema lo abbiamo anche risolto, di altre cose abbiamo solamente parlato … i ns pensieri ci hanno riaccompagnato fino a casa .

Altri articoli…

Margherita (Dicembre 2010)

 

L’esperienza vissuta questo mese in Kenya è stata molto intensa e sicuramente non facile da raccontare. Era la seconda volta che andavo a Nchiru, nel villaggio Aina Children’s Home, già vi ero stata sei mesi prima.

Il tornarci mi suscitava una notevole emozione! Il villaggio in questi mesi era cambiato notevolmente: il verde del prato che stava iniziando a spuntare, un piccolo campo con un canestro da basket, i fiori e le piante che incorniciavano i vialetti di mattonelle ed il numero dei bambini cresciuto in modo spiccato mi hanno fatto subito sentire il profumo della “vita del e nel villaggio”. Non più una semplice struttura, bensì un vero e proprio villaggio fatto, non di edifici, ma di persone.
In questo mese mi sono occupata particolarmente di organizzare dei laboratori con i bambini della Nursery (ovvero bambini dai 6 mesi ai 6 anni!) cercando di svolgere attività sia di disegno e gioco – per i più piccoli – sia laboratori di lingua inglese, focalizzando soprattutto sulla scrittura – per i bambini più grandi.
Nel pomeriggio – molte volte – organizzavamo dei gruppi di ballo composti sia da noi volontari che da tutti i bambini del villaggio – piccoli e grandi – in cui lasciavamo che i bambini ci mostrassero il loro approccio alla musica e al ballo e ci svelassero i loro “frammenti di cultura” attraverso quello che meglio sapevamo fare o che più amavano fare. In questi momenti non era solo la musica e la danza, ma il corpo diventava un vero e proprio mezzo di comunicazione, di unione, di esibizione. Non eravamo più noi che “insegnavamo” qualcosa ai bambini ma erano loro che si svelavano a noi, erano loro che accrescevano il nostro sapere e la nostra curiosità!!
Il linguaggio condiviso al villaggio non è caratterizzato, come il nostro, dal “parlato”. Non è la bocca che “dice”, ma è il corpo che “parla”, sono gli occhi che “comunicano”. I bambini si iniziano a “fidare” di te ed affidarsi a te. Scambi non fatti di parole ma di “reciprocità”. Una reciprocità costruita soprattutto su una base di delicatezza, sensibilità ed umiltà che deve venire dai volontari per entrare in punta di piedi nelle vite di questi bambini splendidi e coraggiosissimi e anche per entrare a far parte di una cultura nuova che, inizialmente pare segreta e misteriosa, ma che una volta che impari a vederla e sentirla è veramente difficile non amare!
Margherita, da Roma.

Ilaria (Novembre 2010)

 

Erano anni che sognavo l’Africa e finalmente l’ho trovata.
Mi è sembrato di trovare la casa che cercavo da sempre, una casa composta da gente semplice, accogliente e felice nonostante i grandi problemi che affliggono questa terra.
Sono partita per insegnare loro e invece ho imparato tanto. Ho imparato che bisogna sempre ringraziare la vita solo per essere in questo mondo, che si può essere allegri nonostante tutto, che si può essere felici di donare senza ricevere e soprattutto che nella vita le cose realmente importanti non sono sempre quelle che sembrano.
Grazie Africa, non vedo l’ora di tornare a respirare i tuoi profumi, ascoltare i tuoi suoni, vedere i tuoi colori ed emozionarmi con la tua gente.
Ilaria, da Roma.

Luisa (Agosto 2010)

 

Pensando di scrivere queste poche righe, dedicate all’AFRICA ed ai “bimbi del meriggio”, ritorno con la mente a quei giorni, pochi rispetto alla forza delle emozioni provate, dove ogni giorno sono stata protagonista dei dolori, delle gioie e delle speranze che hanno animato questo percorso.
Sono un’insegnante, una mamma e una nonna che ama viaggiare.
L’AFRICA è sempre stata nel mio cuore, terra infinitamente ricca e infinitamente povera.
Quando ho avuto l’occasione, grazie alla mia amica Roberta che mi ha fatto la proposta di poter far parte di un gruppo di volontari e a Vicky che lo ha realizzato, non ho esitato. Da allora spesso il mio pensiero è là nel villaggio famiglia dei “Bimbi del Meriggio” …. sento le loro voci giocose mentre si rincorrono nel cortile o li vedo tutti intorno al grande tavolo, mentre mangiano composti, presi a gustare il cibo.
Ho respirato veramente l’aria di una grande famiglia, dove c’è un piacevole scorrere del tempo, senza fretta, grandi e piccoli , ognuno con il proprio compito, senza dimenticare di aiutare l’altro quando è necessario.
C’è l’emergenza acqua visto che gli elefanti hanno danneggiato le condutture? Ma c’è il fiume, un bene naturale, e chi ha tempo trasporta l’acqua come può  con l’aiuto dell’asino, delle braccia o della testa … tutto con molta naturalezza; e quante difficoltà vengono affrontate senza drammi.
Io ho dovuto superare le mie paure dettate dai disagi, con un po’ più di fatica e meno naturalezza di loro; perché sicuramente rinunciare ai conforti  e agli agi a cui siamo abituati nelle nostre metropoli  non è facile, ma sicuramente ci può servire a capirne il valore e a non dimenticare mai di aiutare l’altro.
Ciò che serbo, con cura, nel mio cuore è quello sguardo profondo, curioso , a volte allegro, a volte malinconico dei bimbi che , nonostante tutto , ridono corrono e giocano.
Luisa, da Roma

Roberta (Agosto 2010)

 

visitando da turista più volte il centro Africa, mi ero resa conto, dei tanti bisogni di questa bellissima terra , martoriata dalla povertà e da un colonialismo in effetti mai finito.
sentivo pertanto il bisogno di tornarci non solo da turista ma anche per fare qualcosa di utile,concreto e diretto. l’occasione si e’ presentata, quando Vichy mi ha offerto l’opportunità di fare volontariato all’orfanotrofio di “ nchiru” e cosi’ insieme a lei, alla mia amica Luisa, a mia figlia Emanuela, velario e Joana, che condividevano con me lo stesso desiderio, siamo partiti per il Kenya.
la prima impressione avuta conoscendo “i bambini del meriggio” e’ stata quella di trovarmi in una grande, bella, famiglia allargata, dove regna tranquillità, armonia, affetto e una gran voglia di fare per costruire un futuro migliore.
tutti infatti collaborano alla buona riuscita del progetto, svolgendo al meglio i compiti loro assegnati; il personale, con il tipico fare lento africano, che porta a termine il proprio lavoro sempre sorridendo, i bambini che giocano e accudiscono i più piccoli come fossero tante piccole balie, ci hanno trasmesso una gradevole sensazione di benessere.
all’orfanotrofio non abbiamo mai assistito a nessuna forma di isterismo, li’ tutto scorre tranquillo e a tutto si trova rimedio. quando non arrivava l’acqua perché gli elefanti avevano rotto l’acquedotto, si andava a prenderla al fiume, si bolliva o sterilizzava , quando si spegneva la luce presto per non far lavorare troppo il generatore, ci si attrezzava con la torcia, e si andava a dormire presto, quando la macchina non partiva, si spingeva e poi si parcheggiava in discesa senza troppi drammi, perché lì i problemi sono ben altri.
l’orfanotrofio come isola felice in un oceano di povertà; dentro i bambini accuditi, curati che giocano liberamente con lo scivolo e le altalene appena costruite, fuori i bambini dei villaggi che sbirciano attraverso il cancello e paradossalmente guardano all’orfanotrofio con desiderio.
questa e’ l’Africa dalle mille contraddizioni, dove fortunatamente, splendide persone come Vichy, si adoperano portando solidarietà, benessere, affetto ed aiuti concreti; lottano con caparbietà per condizioni di vita più umane e apportano idee per preparare future gestioni autonome.
l’Africa dove il tempo che passa sembra non avere grande importanza, perché la maggior parte delle persone vivono alla giornata non in funzione del futuro e dove i bambini del meriggio, vivono il loro tempo, in attesa dei volontari che quando arrivano portano tanta disponibilità, affetto, allegria e voglia di lottare insieme per un domani diverso.
Roberta, da Roma

Emanuela (Agosto 2010)

 

Scrivo di questa mia esperienza africana a distanza di quasi tre mesi….pensavo che il tempo avrebbe messo un po’ d’ordine nelle mie emozioni…ma non è del tutto così.

Mi vengono in mente mille cose, frammenti di visi, sorrisi, odori, sensazioni: Teresia che finisce di mangiare sempre per ultima, Kikobu che non si chiama così, ma ride, così io continuo a storpiarle il nome, sua sorella Candy che è più fragile di lei e la preoccupa. Un mobiletto con i medicinali messi in scatoline con i giorni della settimana, i cartoni animati la sera, le “maestre” Roberta e Luisa che in 3 giorni allestiscono la nursery, (a destra l’angolo di Rachel, a sinistra quello di Ken), Ludovica e Theo che spingono la macchina in discesa per farla partire e vanno e vengono con vernici, ferro, spesa, acqua, diesel…Le pannocchie messe ad asciugare sul campetto, da sgranare per giorni e giorni…Albert e le mucche che fanno ancora poco latte, l’asino Totò che tutti i giorni verso le quattro va a ripulire la ciotola di Simba (il cane) poi beve, lo saluta e se ne va… E docce fredde con l’acqua del fiume e si va a dormire presto in Africa, e presto ci si alza, ché un giorno è lungo in Africa e ogni cosa è laboriosa in Africa. Potrei continuare con queste mie impressioni, ma credo sia meglio dire anche qualcosa di concreto. Dirò, quindi, che trovo che il centro funzioni molto bene: i bambini sono sempre sorridenti, mangiano con regolarità, studiano e sono circondati da personale (del luogo e non) attento e impegnato. Nonostante questo, tutto serve e tutto è utile, si sa è Africa… L’apporto dei volontari io credo, quindi, sia una risorsa indispensabile. Invito chi legge ad osare e ad andare, ne sarete ripagati in termini di equilibrio e soddisfazione per essere stati utili e necessari.
Emanuela, da Roma

Valerio (Agosto 2010)

 

Chiudo gli occhi e rivedo i bimbi sorridenti sempre, con i loro occhi che hanno visto molto; sento le voci dei più piccoli che mi chiedono “ballons” e “sweets”; sento la richiesta delle “shoes” per la domenica per andare a messa; sento l’odore della terra rossa; vedo l’asino che se ne va in giro a mangiare i ciuffi d’erba, non più impegnato a portare l’acqua dal fiume perché ora c’è – di nuovo – l’acqua che passa per l’acquedotto; vedo i lavoratori della Shamba che portano sulle spalle grandi rami di banano per dare cibo alle mucche; sento il grande Amore che c’è nella casa fra le Housemother e verso i bambini e l’Amore da parte delle bimbe più grandi, sempre pronte ad aiutare i più piccoli e gli ultimi arrivati.
Riapro gli occhi e rimane sul mio volto un sorriso!
Valerio, 34 anni, da Roma

Giacomo (2010)

 

Nel mese di febbraio 2010, sono stato a trovare mio fratello Carmine ,che segue i lavori di costruzione di un orfanatrofio AINA a Meru in Kenya.

Sicuramente l’Africa che ci si aspetta da turisti non è l’Africa che si trova giù a Meru dove Carmine, con tanto impegno e buona volontà (nonostante lo stress che solo stando con lui si può capire) non si ferma un attimo per raggiungere il traguardo del progetto “Bimbi del meriggio”. costruzione che darà grande speranza per i bambini colpiti dall’HIV, con una fattoria e una grande Shamba (campo coltivato) che con il tempo si spera darà autonomia alla costruzione che potrà ospitare fino a 100 bambini. Li si vede il cuore di questo continente che è bisognoso di aiuti veri, non di chiacchiere ma di fatti. Non lo si può capire veramente fino a quando non ci si trova la e si ha il tempo di realizzare com’è la situazione, vedere con gli occhi di chi sta li, e non con gli occhi di chi va pochi giorni per una vacanza..Con l’occasione esprimo un apprezzamento all’AINA per il grande impegno e un bravo a Carmine (e non perché è mio fratello). Giacomo Marotta

Valeria (2010)

 

Terra rossa, natura verde e potente, cielo nero e stellato come raramente lo si può vedere: questi sono i colori del Kenya, paese di meraviglie e contraddizioni.

Proprio queste hanno reso quest’esperienza formativa: imparare a interagire con l’altro attraverso le diversità, anche quando appaiono insormontabili. Anche l’affetto sembra non avere un linguaggio universale: me l’hanno insegnato i bambini: l’imbarazzo dei primi incontri e abbracci, cui loro non sono abituati, si è trasformato in una potenza che mi ha assorbito e riempito contemporaneamente. La loro apparente autonomia nasconde un intimo bisogno di affetto e di attenzione, le loro vite così semplici celano storie che stentavo a capire, la loro semplicità rende tutto più facile e magico: accontentarsi di un pomeriggio al prato, o di qualche ora al terreno, di una caramella o di una penna, contrasta con la loro condizione disagiata, ma il loro sorriso rende tutto conciliabile e possibile. Spero di imparare ancora molto, attraverso le loro timidezze, i loro bisogni e le loro gioie.
Valeria, gennaio-febbraio 2010

Giovanni (2009)

 

Ciao, sono Giovanni Condorelli, ho ventiquattro anni e sono partito con L’Aina come volontario nel Novembre 2009. Parlare dell’africa, così in poche righe, non è facile comunque cercherò di raccontarvi. Siamo partiti in due, condividere con un vero amico certe esperienze cosi forti è stato molto importante.

Dopo essere arrivati a Nairobi , ci siamo spostati a Meru, nelle montagne del kenya , dove si sta per ultimare il villaggio famiglia “bimbi del meriggio”. La prima cosa che ho pensato dopo aver visto i bimbi è:”ma perchè a loro???” Non so, ancora non ho trovato una risposta a questa domanda. Però sono certo che l’amore è un messaggio universale, ed in quei giorni in cui sono stato con loro ho cercato di trasmettere tutto l’ amore possibile che sicuramente avranno colto. In Meru siamo stati una decina di giorni ed ogni giorno è stato pieno di esperienze condivise , di amore dato e ricevuto, di amicizie, di sguardi, di saluti, di rimpianti, che porterò dentro di me per tutta la vita.
Sostenendo l’aina si sostiene un progetto per la vita, per la vera vita.
Ogni momento trascorso lì, senti la responsabilità che hai nei confronti dei bambini, di quei bambini. Loro sono il futuro, loro sono la vera potenza del mondo e pertanto qualsiasi sia il gesto d’amore che si fa nei loro confronti va bene per cercare di dare loro un sorriso, un’emozione felice, un pò di serenità. e’ un’esperienza che consiglio a tutti ricordando di non portare con se’ pregiudizi e allarmismi occidentali.

Daniele (2009)

 

Sono Daniele Lamartina, ho 25 anni, svolgo l ‘attività di operatore in un centro di pronta accoglienza per minori a Catania in uno dei quartieri più difficili e degradati della città.

Sono partito come volontario per il Kenya convinto dalle parole di mia zia, che mi aveva parlato a lungo del progetto “Bimbi del Meriggio” e dalla voglia di fare qualcosa per una terra martoriata dalla povertà, da secoli di sfruttamento e da continue guerre, e per un popolo cui sono state violentate tradizioni e cultura. Sceso dall’ aereo arrivo a Nairobi, città emblematica della situazione africana: si affiancano senza soluzione di continuità enormi bidonville a ricche e superprotette zone residenziali riservate ai pochi kenioti ricchi e ai “bianchi”, il traffico è caotico e l’ aria irrespirabile. La corruzione dilaga e ne ho avuto prova quando con 600 scellini (sei euro) ho dovuto pagare la polizia che ci voleva portare in caserma sostenendo che il mio compagno di viaggio, un altro catanese, fosse di Al-Qaeda in quanto somigliante a Bin Laden. Uscendo da Nairobi e andando verso Meru la prima cosa che ho notato è stata la ricchezza della vegetazione, la seconda cosa è stata però che tutto quel verde era costituito da “monoculture”, cioè la concreta visione dello sfruttamento da parte delle multinazionali di questo territorio. A Meru si respira un’aria diversa da quella di Nairobi. È una città più verde, meno caotica con pochissime strade asfaltate sulle quali comunque non manca il traffico. Il ruolo che ho avuto nel mio periodo di volontariato è stato quello di verificare a che punto fossero arrivati i lavori di costruzione della casa alloggio per i bambini, e valutare la necessità di acquisto di altri materiali. Ho trascorso molto tempo con i bambini ospiti della comunità; quest’ ultimo aspetto è quello che mi ha arricchito di più perché mi ha dato il senso del mio agire per l’ Africa, questi bambini così provati dalla povertà e dalla malattia mi hanno accolto col sorriso, cantando, trasmettendomi gioia di vivere. Questa è l’ Africa, non può esistere la disperazione non puoi pensare che non c’è più niente da fare, è la forza stessa della vita che ti impone e ti spinge “a  fare”. Non è un’ esperienza per eroi, è una esperienza che tutti possono fare un esperienza che ti restituisce molto più di quello che hai dato.

Margherita (Dicembre 2010)

 

L’esperienza vissuta questo mese in Kenya è stata molto intensa e sicuramente non facile da raccontare. Era la seconda volta che andavo a Nchiru, nel villaggio Aina Children’s Home, già vi ero stata sei mesi prima.

Il tornarci mi suscitava una notevole emozione! Il villaggio in questi mesi era cambiato notevolmente: il verde del prato che stava iniziando a spuntare, un piccolo campo con un canestro da basket, i fiori e le piante che incorniciavano i vialetti di mattonelle ed il numero dei bambini cresciuto in modo spiccato mi hanno fatto subito sentire il profumo della “vita del e nel villaggio”. Non più una semplice struttura, bensì un vero e proprio villaggio fatto, non di edifici, ma di persone.
In questo mese mi sono occupata particolarmente di organizzare dei laboratori con i bambini della Nursery (ovvero bambini dai 6 mesi ai 6 anni!) cercando di svolgere attività sia di disegno e gioco – per i più piccoli – sia laboratori di lingua inglese, focalizzando soprattutto sulla scrittura – per i bambini più grandi.
Nel pomeriggio – molte volte – organizzavamo dei gruppi di ballo composti sia da noi volontari che da tutti i bambini del villaggio – piccoli e grandi – in cui lasciavamo che i bambini ci mostrassero il loro approccio alla musica e al ballo e ci svelassero i loro “frammenti di cultura” attraverso quello che meglio sapevamo fare o che più amavano fare. In questi momenti non era solo la musica e la danza, ma il corpo diventava un vero e proprio mezzo di comunicazione, di unione, di esibizione. Non eravamo più noi che “insegnavamo” qualcosa ai bambini ma erano loro che si svelavano a noi, erano loro che accrescevano il nostro sapere e la nostra curiosità!!
Il linguaggio condiviso al villaggio non è caratterizzato, come il nostro, dal “parlato”. Non è la bocca che “dice”, ma è il corpo che “parla”, sono gli occhi che “comunicano”. I bambini si iniziano a “fidare” di te ed affidarsi a te. Scambi non fatti di parole ma di “reciprocità”. Una reciprocità costruita soprattutto su una base di delicatezza, sensibilità ed umiltà che deve venire dai volontari per entrare in punta di piedi nelle vite di questi bambini splendidi e coraggiosissimi e anche per entrare a far parte di una cultura nuova che, inizialmente pare segreta e misteriosa, ma che una volta che impari a vederla e sentirla è veramente difficile non amare!
Margherita, da Roma.

Ilaria (Novembre 2010)

 

Erano anni che sognavo l’Africa e finalmente l’ho trovata.
Mi è sembrato di trovare la casa che cercavo da sempre, una casa composta da gente semplice, accogliente e felice nonostante i grandi problemi che affliggono questa terra.
Sono partita per insegnare loro e invece ho imparato tanto. Ho imparato che bisogna sempre ringraziare la vita solo per essere in questo mondo, che si può essere allegri nonostante tutto, che si può essere felici di donare senza ricevere e soprattutto che nella vita le cose realmente importanti non sono sempre quelle che sembrano.
Grazie Africa, non vedo l’ora di tornare a respirare i tuoi profumi, ascoltare i tuoi suoni, vedere i tuoi colori ed emozionarmi con la tua gente.
Ilaria, da Roma.

Luisa (Agosto 2010)

 

Pensando di scrivere queste poche righe, dedicate all’AFRICA ed ai “bimbi del meriggio”, ritorno con la mente a quei giorni, pochi rispetto alla forza delle emozioni provate, dove ogni giorno sono stata protagonista dei dolori, delle gioie e delle speranze che hanno animato questo percorso.
Sono un’insegnante, una mamma e una nonna che ama viaggiare.
L’AFRICA è sempre stata nel mio cuore, terra infinitamente ricca e infinitamente povera.
Quando ho avuto l’occasione, grazie alla mia amica Roberta che mi ha fatto la proposta di poter far parte di un gruppo di volontari e a Vicky che lo ha realizzato, non ho esitato. Da allora spesso il mio pensiero è là nel villaggio famiglia dei “Bimbi del Meriggio” …. sento le loro voci giocose mentre si rincorrono nel cortile o li vedo tutti intorno al grande tavolo, mentre mangiano composti, presi a gustare il cibo.
Ho respirato veramente l’aria di una grande famiglia, dove c’è un piacevole scorrere del tempo, senza fretta, grandi e piccoli , ognuno con il proprio compito, senza dimenticare di aiutare l’altro quando è necessario.
C’è l’emergenza acqua visto che gli elefanti hanno danneggiato le condutture? Ma c’è il fiume, un bene naturale, e chi ha tempo trasporta l’acqua come può  con l’aiuto dell’asino, delle braccia o della testa … tutto con molta naturalezza; e quante difficoltà vengono affrontate senza drammi.
Io ho dovuto superare le mie paure dettate dai disagi, con un po’ più di fatica e meno naturalezza di loro; perché sicuramente rinunciare ai conforti  e agli agi a cui siamo abituati nelle nostre metropoli  non è facile, ma sicuramente ci può servire a capirne il valore e a non dimenticare mai di aiutare l’altro.
Ciò che serbo, con cura, nel mio cuore è quello sguardo profondo, curioso , a volte allegro, a volte malinconico dei bimbi che , nonostante tutto , ridono corrono e giocano.
Luisa, da Roma

Roberta (Agosto 2010)

 

visitando da turista più volte il centro Africa, mi ero resa conto, dei tanti bisogni di questa bellissima terra , martoriata dalla povertà e da un colonialismo in effetti mai finito.
sentivo pertanto il bisogno di tornarci non solo da turista ma anche per fare qualcosa di utile,concreto e diretto. l’occasione si e’ presentata, quando Vichy mi ha offerto l’opportunità di fare volontariato all’orfanotrofio di “ nchiru” e cosi’ insieme a lei, alla mia amica Luisa, a mia figlia Emanuela, velario e Joana, che condividevano con me lo stesso desiderio, siamo partiti per il Kenya.
la prima impressione avuta conoscendo “i bambini del meriggio” e’ stata quella di trovarmi in una grande, bella, famiglia allargata, dove regna tranquillità, armonia, affetto e una gran voglia di fare per costruire un futuro migliore.
tutti infatti collaborano alla buona riuscita del progetto, svolgendo al meglio i compiti loro assegnati; il personale, con il tipico fare lento africano, che porta a termine il proprio lavoro sempre sorridendo, i bambini che giocano e accudiscono i più piccoli come fossero tante piccole balie, ci hanno trasmesso una gradevole sensazione di benessere.
all’orfanotrofio non abbiamo mai assistito a nessuna forma di isterismo, li’ tutto scorre tranquillo e a tutto si trova rimedio. quando non arrivava l’acqua perché gli elefanti avevano rotto l’acquedotto, si andava a prenderla al fiume, si bolliva o sterilizzava , quando si spegneva la luce presto per non far lavorare troppo il generatore, ci si attrezzava con la torcia, e si andava a dormire presto, quando la macchina non partiva, si spingeva e poi si parcheggiava in discesa senza troppi drammi, perché lì i problemi sono ben altri.
l’orfanotrofio come isola felice in un oceano di povertà; dentro i bambini accuditi, curati che giocano liberamente con lo scivolo e le altalene appena costruite, fuori i bambini dei villaggi che sbirciano attraverso il cancello e paradossalmente guardano all’orfanotrofio con desiderio.
questa e’ l’Africa dalle mille contraddizioni, dove fortunatamente, splendide persone come Vichy, si adoperano portando solidarietà, benessere, affetto ed aiuti concreti; lottano con caparbietà per condizioni di vita più umane e apportano idee per preparare future gestioni autonome.
l’Africa dove il tempo che passa sembra non avere grande importanza, perché la maggior parte delle persone vivono alla giornata non in funzione del futuro e dove i bambini del meriggio, vivono il loro tempo, in attesa dei volontari che quando arrivano portano tanta disponibilità, affetto, allegria e voglia di lottare insieme per un domani diverso.
Roberta, da Roma

Emanuela (Agosto 2010)

 

Scrivo di questa mia esperienza africana a distanza di quasi tre mesi….pensavo che il tempo avrebbe messo un po’ d’ordine nelle mie emozioni…ma non è del tutto così.

Mi vengono in mente mille cose, frammenti di visi, sorrisi, odori, sensazioni: Teresia che finisce di mangiare sempre per ultima, Kikobu che non si chiama così, ma ride, così io continuo a storpiarle il nome, sua sorella Candy che è più fragile di lei e la preoccupa. Un mobiletto con i medicinali messi in scatoline con i giorni della settimana, i cartoni animati la sera, le “maestre” Roberta e Luisa che in 3 giorni allestiscono la nursery, (a destra l’angolo di Rachel, a sinistra quello di Ken), Ludovica e Theo che spingono la macchina in discesa per farla partire e vanno e vengono con vernici, ferro, spesa, acqua, diesel…Le pannocchie messe ad asciugare sul campetto, da sgranare per giorni e giorni…Albert e le mucche che fanno ancora poco latte, l’asino Totò che tutti i giorni verso le quattro va a ripulire la ciotola di Simba (il cane) poi beve, lo saluta e se ne va… E docce fredde con l’acqua del fiume e si va a dormire presto in Africa, e presto ci si alza, ché un giorno è lungo in Africa e ogni cosa è laboriosa in Africa. Potrei continuare con queste mie impressioni, ma credo sia meglio dire anche qualcosa di concreto. Dirò, quindi, che trovo che il centro funzioni molto bene: i bambini sono sempre sorridenti, mangiano con regolarità, studiano e sono circondati da personale (del luogo e non) attento e impegnato. Nonostante questo, tutto serve e tutto è utile, si sa è Africa… L’apporto dei volontari io credo, quindi, sia una risorsa indispensabile. Invito chi legge ad osare e ad andare, ne sarete ripagati in termini di equilibrio e soddisfazione per essere stati utili e necessari.
Emanuela, da Roma

Valerio (Agosto 2010)

 

Chiudo gli occhi e rivedo i bimbi sorridenti sempre, con i loro occhi che hanno visto molto; sento le voci dei più piccoli che mi chiedono “ballons” e “sweets”; sento la richiesta delle “shoes” per la domenica per andare a messa; sento l’odore della terra rossa; vedo l’asino che se ne va in giro a mangiare i ciuffi d’erba, non più impegnato a portare l’acqua dal fiume perché ora c’è – di nuovo – l’acqua che passa per l’acquedotto; vedo i lavoratori della Shamba che portano sulle spalle grandi rami di banano per dare cibo alle mucche; sento il grande Amore che c’è nella casa fra le Housemother e verso i bambini e l’Amore da parte delle bimbe più grandi, sempre pronte ad aiutare i più piccoli e gli ultimi arrivati.
Riapro gli occhi e rimane sul mio volto un sorriso!
Valerio, 34 anni, da Roma

Antonella (2008)

 

Il cielo è grigio, fa’ freddo. Questa non è l’Africa che mi aspettavo! Poi i bambini: sole e calore. Ti corrono incontro, sembra che vivano la loro vita aspettando quell’abbraccio che riempia le loro giornate tristemente sempre uguali. Fame di amore, di carezze, di attenzioni. E come per osmosi dai e prendi da loro come in un processo del tutto naturale. Prendono senza chiederti il permesso, è un loro diritto. Il diritto di crescere nell’Amore, nella speranza di un futuro migliore.

Elodie (2008)

 

Africa… Paese povero ma con una ricchezza ben più importante del denaro… Voglia di vivere una vita migliore anche se sono condizioni pietose… Voglia di fare sempre più… Gioia nei loro occhi, un sorriso sul viso, anche se non c’è motivo… Accontentarsi delle piccole cose, anche le più insignificanti… VIVERE OGNI MOMENTO CON LA SPERANZA DI FARE MEGLIO DOMANI…

Alessandra (2006)

 

Alessandra – Volontaria dei gruppi di Agosto e Settembre 2006 – Kenya
24 Novembre 2006 2 mesi e 7 giorni da quando il nostro aereo dell’Ethiopian air line è atterrato sulle piste di Fiumicino…ieri ho dato il primo esame dopo la lunga (quest’anno anche più del solito) pausa estiva, e se almeno mi fosse stato registrato sul libretto universitario, avrei un documento scritto che attesta il mio ritorno…

Mauro (2006)

 

Mauro, volontario del gruppo di Agosto 2006 – Kenya –

Raccontare in poche righe l’esperienza in Africa è alquanto difficile .. tutti quelli che incontro .. da amici a parenti a conoscenti .. quando mi chiedono “come e’ andata in Africa?” …sinceramente non so rispondere .. non perché non abbia nulla da raccontare, ma perché ho troppo da raccontare .. e forse non troverei neanche le parole giuste per raccontarlo !
Al di là del paesaggio che la natura africana offre, questa non sarebbe stata altrettanto bella se non condivisa con i nostri bambini! I NOSTRI bambini !!..  Ormai sono 21 bambini che risiedono presso la casa famiglia … i turni di lavoro sono molto impegnativi: alla fine di ogni turno torni a casa esausto ma contento e gratificato per il lavoro svolto !! li vesti, li fai mangiare, li cambi, li fai giocare, li metti a letto e li svegli !!  ti senti parte della loro vita quotidiana .. lo fai con piacere e con gioia .. loro non hanno niente da offriti ma ti offrono tutto quello che possiedono .. i sorrisi gli abbracci la loro voglia di vivere !! come tutti i bambini della loro età sono vivaci .. a tratti incoscienti per i nostri standard occidentali .. le “arrabbiature” non sono mancate .. ma svaniscono in fretta  quando senti un bambino che ti chiama con un BYEEEEE!
E con un loro abbraccio ti fanno passare ogni malumore .. ogni difficoltà  .. ogni tristezza !! perché loro .. sembrano più contenti di noi !!
Ormai sono quasi due settimane che sono tornato a Roma e il ritorno a casa è stato psicologicamente forte!
Lì ognuno di noi ha lasciato qualcosa all’Africa e ai bambini .. l’Africa ti ha donato i suoi paesaggi .. i bambini ti hanno donato i loro sorrisi che rimarranno  stampati  nella tua mente, forse per sempre.
Potrei dire milioni di altre cose .. ma questa è la cosa fondamentale .. non e’ una vacanza, anche se presa con l’animo giusto e con il cuore aperto …lo può diventare!!
Vorrei in ultimo fare un ringraziamento a tutti i componenti del gruppo di agosto 2006 … ognuno di noi ha lavorato tanto e ha dato quello che poteva dare .. c’è stato rispetto .. e questo ha fatto in modo di condividere questa esperienza insieme nel miglior modo possibile.

Un ringraziamento particolare alla nostra capogruppo, penso che lo posso dire a nome di tutti.. una grande amica e una grande persona!!

grazie di tutto

mauro

Paola (2006)

 

Paola 2006 – Kenya –

Cara Alessandra,
prima di tutto mi devo scusare per essere sparita dalla circolazione per così tanto tempo…diciamo che il lavoro e lo studio assorbono, aimè, ormai quasi tutta la mia giornata!
Nonostante questo, però, i nostri bimbi sono costantemente presenti nel mio cuore e devo a loro la forza e la gioia con cui sto affrontando i numerevoli ostacoli che si stanno intervallando nella mia vita.
Non ci crederai..ma nei momenti di tristezza…solo i loro sorrisi riescono a risollevarmi, donandomi un pò di senerità e voglia di combattere!
Proprio  a causa dei miei impegni lavorativi quest’estate non potrò essere dei vostri.Non sai quanto sia stato difficile fare questa scelta…ma non ho alternative…
Confido nell’organizazzione di qualche eventuale campo invernale…a dicembre avrò quel benedetto esame di abilitazione…e non mi dispiacerebbe poter festeggiare il natale insieme alla comunità di Igoji!!
Avrei però una richiesta…potresti continure a tenermi informata sulle iniziative dell’associazione??Sarà un modo per continuare a sentirvi vicini..nonostante la lontananza fisica!!
Approposito…la mia mamma ringrazia per averle dato notizie sull’adozione intrapresa…ormai in famiglia si è aggiunto un altro componente, Elzy!!!
Ora devo proprio salutarti…
Se posso esservi utile in qualche modo…sarò ben felice!!
Per ora vi abbraccio con affetto!!
Paola di Fano

Marica (2006)

 

Marica – Capogruppo dei volontari partiti nei mesi di Luglio e Agosto 2006 per il Kenya (villaggio di Igoji)

Ciao!
Non è molto facile riordinare le idee su quanto vissuto, visto che ancora in me viaggiano emozioni forti e mille riflessioni.
Partiamo dalle cose pratiche, che sono sempre le più facili da descrivere.
Il gruppo di luglio,come quello di agosto,composto da otto persone, ha operato su due fronti:

1-coprire 24 ore su 24 il personale che lavora nella casa famiglia (4 unità)
La metodologia è stata quella di dividere la giornata in tre turni due di 6ore ed il notturno di 12 (8-14,14-20,20-8). Ogni turno è stato coperto da due o tre unità e la terza presenza variava in base agli impegni del punto 2.
Le mansioni svolte nella casa sono state assistenza ai bimbi piccoli (lavarli, vestirli, mettere in ordine armadi, dargli da mangiare) e animazione per i piccoli e i grandi.

2-svolgere lavori richiesti dalle suore, utili al miglioramento dei servizi della casa famiglia.

Come punti di riferimento abbiamo considerato Suor Mercedes per l’ospedale (che stimo per la professionalità e caparbietà con cui ha rimesso a nuovo quella struttura così povera!) e Suor Rita per i bambini della casa (e personalmente parlando, per ogni confronto umano e spirituale si è dimostrata una grande amica!)
Abbiamo accompagnato spesso Suor Mercedes nei dispensari e a visitare famiglie povere nelle capanne, portando loro vestiti, medicine e cibo. La frequenza delle nostre uscite è stata di una volta a settimana . Le mete: i villaggi di Gaturi, Mworoga e i dintorni di Igoji.
Con Suor Rita abbiamo svolto lavori e mansioni rivolte ai bimbi nella casa e a quelli che frequentano la scuola grazie all’Aina: a luglio grazie a Gianni e Stefano (altri due volontari) abbiamo costruito un armadio in cui riporre in ordine le uniformi delle 40 scuole sponsorizzate dall’Associazione, armadio che si trova in una stanza adibita a sartoria, dispensa per le scorte per l’igiene personale (p.s. abbiamo aiutato i ragazzi a ripristinare l’uso dello spazzolino e del dentifricio, incaricando il più grande nella distribuzione del materiale e nel controllo) e altro. Col gruppo di agosto, abbiamo contribuito a ritinteggiare due stanze,destinate, come scritto prima a refettorio e dormitorio dei bimbi piccoli non HIV positivi.
La grande Lina ha dipinto due murales fantastici degni di un lavoro vangogghiano ma ricco di amore  e generosità.
Durante i turni giornalieri abbiamo tentato di sistemare e aggiustare vestiti scuciti, insegnando ai bimbi più volenterosi a rimettersi i bottoni alle camicie e ai pantaloni; abbiamo riordinato le scarpe buttando le più indecenti e ricomprandole, tentando di aggiustarne altre meno malconce. E’ stata dura insegnare loro e alle inservienti, (con cui abbiamo avuto un ottimo rapporto ma che, forse, andrebbe preparato e accompagnato meglio) che l’ordine fa risparmiare tempo e soldi.
“Avere cura delle proprie cose” è duro come concetto ma non impossibile…in parte e a volte è andata bene. Gli africani di Igoji hanno radicato il concetto di POLE POLE e i loro tempi sono decisamente più dilatati rispetto ai nostri, frenetici e serrati. Per cui non è semplice ed immediato fargli capire il concetto del “risparmiare tempo”, ti direbbero “hakuna matata”, che fretta c’è. E nemmeno del risparmiare soldi: mi tengo le scarpe rotte o spaiate.
Ma c’è un’altra via, poco invadente e dignitosa, e nel nostro piccolo abbiamo cercato di trasmettergliela.
Siamo riusciti, durante la settimana di cambio tra un gruppo e l’altro a portare due bambini a fare visite specialistiche: una per un’ernia ombelicale ed uno per una difficoltà motoria dovuta alla malnutrizione.
Per Kabura, abbiamo poi prenotato l’operazione, che si è svolta nell’ospedale di Charia ( a due ora da Igoji) il 21 agosto, nel reparto di maternità, a cura del Dott. Padre Beppe, persona meravigliosa,disponibile e competente. Operazione riuscita e con orgoglio di tutti ora la bimba sta bene, pur avendo rischiato la compromissione di parte dell’intestino, se non fossimo intervenuti subito. Anche in questo caso, la realtà dei nostri bimbi non si smentisce mai e non ci fa mai dimenticare che sono malati, che sono soggetti deboli, indifesi e bisognosi del 1000 per 1000..sempre! Lina ed io siamo state fiere di poterla coccolare la notte dell’intervento.
Per Mugambi, nuovo acquisto della casa, la visita è stata di natura ortopedica: l’11 agosto ci siamo recati, sempre affiancati da Suor Rita, all’ospedale specialistico di Toro, 2 ore da Igoji. Qui siamo stati accolti ed aiutati da Suor  Agostina, la quale ci ha consigliato, rincuorandoci, di fargli fare ogni giorno esercizi di rieducazione motoria, sia da seduto sia camminando, per la durata di un mese. Il 18 settembre ci sarà nuovamente un controllo che valuterà i miglioramenti, con la possibilità, laddove non ce ne siano stati, di mettere un tutore notturno alle gambe di Mugambi. Che bimbo solare, simpatico e pieno di vita. Ha iniziato il rapporto con noi parlando solo kimeru con le inservienti, e chiamando tutti noi “Ciao”. Poi ha imparato con caparbietà i nostri nomi, a salutarci con “Bye”, a dimostrare il suo dispiacere nel vederci andare via.

In questa esperienza, come dicevo all’inizio, troppe sono state le tempeste di emozioni e le esplosioni di amore.
Credo che a risolvere i problemi dei paesi sottosviluppati non ci si riuscirà in toto, ma sono sempre più convinta che sta aumentando l’esercito di coloro che credono che si possano migliorare le condizioni almeno di alcuni,  anche dando un minimo contributo.
In questi due mesi ho incontrato non solo persone africane meravigliose, vere, false, disponibili, furbe, genuine o rassegnate, ma persone italiane RICCHE..umanamente profonde, uniche e preziose.
Ringrazio io loro per avermi dato la possibilità di esprimermi, di essere un capogruppo preoccupato e aperto al dialogo, per avermi permesso di fare da ponte tra le varie realtà nella miriade di richieste, di avermi offerto genuinamente la possibilità di crescere.
Non sono certo arrivata ad Igoji con le idee chiare, ma sono partita, ho vissuto e sono tornata con la consapevolezza di come amo vivere la vita…di quanto in questa visione io non sia l’unica e sola, del perché tutto questo è possibile.
Serve progettare, serve raggiungere gli obiettivi, serve ragionare e sbagliare, serve assistere, serve giocare, pensare, mangiare, serve arrivare e poi ripartire…tanto in ogni cosa che si fa…ad Igoji, al St. Anne Maternity Hospital, in Africa, a casa, ogni giorno è l’eco del nostro cuore. Non saremmo stati lì, non vorremmo ritornarci ancora più carichi, pieni di ottime e nuove idee, non ci saremmo fatti conquistare, conquistandoli dai mitici 20 bambini.

 

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